Il training autogeno: lo yoga occidentale

“Io penso che come un giardiniere che ripulisce dagli intralci il giardino, sia possibile rimuovere gli ostacoli che impediscono il vero sviluppo individuale.”
J. Shultz –
Spesso il training autogeno viene considerato una semplice tecnica di rilassamento. In realtà il training autogeno è molto di più della ripetizione di esercizi finalizzati al rilassamento, l’obbiettivo con cui il suo ideatore J. Shultz lo ha generato è quello di riattivare le risorse bionomiche del soggetto.
Il termine bionomico deriva da bios (vita) e nomos (norma) e indica la capacità di ogni essere vivente di innescare un sistema di autopulizia interna che consenta di ridare ordine e senso e liberare energie che diventano nuovamente disponibili all’autorealizzazione delle potenzialità individuali.
Un po’ come un giardiniere ripulendo il giardino dalle erbacce rende il terreno fertile e lascia nutrimento alle piante che vuole coltivare e di cui vuole raccogliere fiori e frutti, così il training autogeno agisce per ripulire i resti di esperienze, relazioni, eventi traumatici accumulati nel corso della vita che consumano la nostra energia e restituisce nutrimento ai progetti personali importanti e di valore per noi.
Il rilassamento è, quindi, solo un “effetto collaterale” che si presenta lungo il percorso di allenamento, l’obbiettivo primario è il recupero delle energie e della salute che permettono all’individuo di tornare a vivere una vita attiva, non di subirla trascinandosi con fatica.
Perché Schultz sceglie il nome di Training Autogeno
Chiunque intraprende questo percorso deve assumersene la responsabilità, per questo Shultz usa la parola “training”. Per garantirsi il beneficio bisogna allenarsi all’apprendimento degli esercizi, senza allenamento non è previsto il risultato.
La parola “autogeno” indica due elementi.
Il primo è che lo stato che si raggiunge attraverso l’esercizio non dipende da qualcuno di esterno al soggetto stesso che lo applica, non ci sarà bisogno di un terapeuta, di un allenatore, di un’audioregistrazione, di una condizione ambientale rilassante, tutto dipenderà del soggetto stesso che pratica la tecnica. Certo un “allenatore” è importante nella fase di apprendimento, ma una volta conclusa il training autogeno diventerà uno strumento a disposizione di chi lo pratica senza più bisogno di nessun supporto esterno.
Il secondo elemento è che i cambiamenti mentali e corporei indotti dalla tecnica “si generano da sè” (dal greco genos autos). L’organismo stesso, una vota innescato ed allenato il processo, lo ripete in maniera autonoma e chi lo pratica può assistervi senza intervenire.
Il training autogeno uno “yoga occidentale”
I sei esercizi del training autogeno inferiore presentano delle caratteristiche tipiche dello yoga orientale, nei suoi passi alti del cammino che porta alla “liberazione della mente”. Per saperne di più leggi l’articolo Lo Yoga come via per la liberazione della mente.
- Prevede la ripetizione di formule. Così come i mantra sono caratterizzati dal fatto di essere corti e ritmici, così il training autogeno propone sei formule da ripetere sistematicamente e ritmicamente nella mente durante la pratica che aiutano a regolarizzare e rallentare il respiro (pranayama).
- Prevede l’applicazione incondizionata e costante del raccoglimento interiore, attenzione e concentrazione, che abitualmente sono strumenti utili per cogliere quello che accade intorno a noi, che in questo caso vengono spostate all’interno del soggetto (pratyahara).
- Attenzione e concentrazione vengono allenate e spostate sulle formule e sul contenuto che rappresentano (dharana).
Proprio perché il training autogeno non è solo una tecnica di rilassamento è importante affidarsi ad uno specialista psicologo/psicoterapeuta per il proprio allenamento. In questo modo riuscirai ad usarlo al meglio e “pulire” mente-corpo assicurarandoti un recupero di energia da investire nei tuoi obbiettivi più cari.